Storie a Sorpresa!

Matteo Casadio. Un volontario Sammarinese in Ecuador















Il mio viaggio in Ecuador è iniziato nel 2009: è durato circa 7 mesi, di cui 3 passati a lavorare come volontario presso una struttura salesiana. Sono partito il 21 settembre e fino al 15 ottobre ho viaggiato per il paese. E’ stato molto bello, sebbene anche solo viaggiando si possa toccare con mano la povertà di quei luoghi e si vedano condizioni di vita per noi europei inaccettabili. 
Spesso siamo stati ospitati dalla gente del posto nelle loro abitazioni. E’ bello vedere come, nonostante siano tanto poveri per i nostri canoni, ti aprano la porta della loro casa con tanta allegria. Ci si deve adattare: si dorme in 4 per terra e si vive in una stanza senza finestre. Il bagno e la cucina spesso coesistono nello spazio di una camera, dove ci sono i panni stesi e mancano gli armadi per i vestiti. 
Anche le strade sono un concetto relativo: non sempre c’è l’asfalto e dove è presente, è molto rovinato. Tanti guidano come dei pazzi, come se la loro vita e quella delle persone che trasportano non avessero alcun valore. Più di una volta ho avuto molta paura viaggiando, ma per fortuna è sempre andato tutto bene. 
Il 15 ottobre sono arrivato a Guayaquil, la città più grande, ma anche la più pericolosa. Ho fatto volontariato in una struttura a 10 chilometri da questa città, in una zona chiamata Bastion Popular. La povertà di questo luogo era qualcosa che non avevo ancora mai incontrato. La maggior parte delle case sono in legno e canna, ma anche  quelle in cemento hanno un aspetto decisamente lontano dal nostro concetto di “casa”. I tetti sono quasi sempre in lamiera e lasciano alcune parti delle abitazioni scoperte. La stagione delle piogge dura 4 mesi: durante il resto dell’anno fortunatamente non piove molto, ma le strade a volte si allagano anche durante la stagione secca. Dicono che quando inizia a piovere diventano come torrenti con 40 centimetri d’acqua. 
Solo la strada principale è asfaltata. In questo quartiere vivono 85.000 persone, di cui il 40% sono bambini e ragazzi sotto i 15 anni. Molti non vanno a scuola e sono costretti dalle famiglie a lavorare. Naturalmente anche la delinquenza è dilagante. I “negozi”, se così si possono chiamare, hanno inferriate tutt’intorno e consegnano gli acquisti da una grata. Le famiglie, molto numerose, hanno un reddito mensile che va, nella maggioranza dei casi, dai 75 ai 170 dollari. Solo il 3% guadagna più di 215 dollari al mese. E’ difficile trovare le parole giuste per descrivere questa realtà. Bisognerebbe vederla. Avrei voluto fare un video e scattare più foto, ma era molto pericoloso. 
Il lavoro di volontariato ha tenuto impegnato me e i miei colleghi su più fronti. La mattina di solito davamo una mano in parrocchia: abbiamo fatto di tutto, dal pitturare la facciata esterna della Chiesa, ad avvicinare i bambini che lavoravano per le strade. A volte abbiamo anche parlato con le loro famiglie, sistemato i vestiti per il mercato delle pulci, contato i soldi che si raccolgono nelle messe domenicali e cose di questo genere. 
Il pomeriggio invece, partecipavamo al “rinforzo scolare”, dove ogni giorno si riunivano una ottantina di bambini per studiare e svolgere i compiti pomeridiani, ma anche per imparare a scrivere, a leggere e a contare, perché alcuni di questi ragazzi non vanno neppure a scuola. 

Tre tappe per una vita dignitosa e senza delinquenza
La casa dove mi trovavo, molto grande e accogliente rispetto al quartiere, è la seconda di un progetto costituito da 3 tappe. La prima tappa è quella in cui vengono accolti i bambini di strada appena arrivati, che ancora non si sa se aderiranno al progetto e che ancora non riescono ad accettare alcun tipo di regola. Le cose vanno più o meno così: si cercano bambini di strada, si parla con loro e con le famiglie e gli si propone il progetto che prevede per questi bimbi un’educazione minima, per poi poter imparare un lavoro ed essere pronti ad una vita dignitosa e senza delinquenza
I ragazzi che si dimostrano aperti al cambiamento e disposti a proseguire, arrivano alla seconda tappa, in cui li si manda a scuola e dove hanno diritti come il gioco e lo studio, ma anche doveri come le commissioni per il mantenimento della pulizia della struttura. Hanno cibo, momenti di gioco, momenti di studio e momenti di preghiera. La terza e ultima tappa del progetto è quella in cui si insegna a questi ragazzi un lavoro: dal falegname all’elettricista, al lavoro nella meccanica, ma solo quando si dimostrano maturati nel comportamento. 
I ragazzi della seconda tappa sono molto “particolari”. Non è sempre facile contenere la loro indole violenta: per esempio, li si fa mangiare solo con il cucchiaio perché forchetta e coltello potrebbero essere pericolosi. Spesso si picchiano o si insultano e vince sempre la legge del più forte. 

Un'esperienza che aiuta a crescere
In casa con me c’erano altri 4 volontari: 3 ecuadoriani e un austriaco. Tutti facevano il possibile per insegnare il rispetto a questi bambini, che è uno degli aspetti più difficili, perché spesso sono molto aggressivi. All’inizio è stata molto dura, ma vederli migliorare dà grande soddisfazione. Alcuni di loro erano comunque molto affettuosi e mi si scaldava il cuore quando venivano a cercarmi per un gioco o un abbraccio. E’ bello vedere questi bambini che di giorno sono leoni, diventare agnellini di fronte ai loro quaderni, mentre cercano di imparare a leggere, a fare 2+2 o a scrivere le lettere dell’alfabeto. Quasi tutte le storie di questi ragazzi sono tremende. Spesso hanno genitori violenti o drogati da cui devono scappare e finiscono a vivere per strada. Quando vengono accolti dalla comunità salesiana, anche le famiglie sono seguite da un educatore sociale. 
Passavo le mie serate insieme agli altri volontari, parlando un po’, giocando a carte e suonando la chitarra. Quando andavo a letto ero stanchissimo, ma molto felice di questa scelta, che mi stava davvero arricchendo molto. I sorrisi di questi bambini sono una cosa impagabile, che solo vivendo accanto a loro e pensando alla loro storia si può capire. 
Vorrei dire ai giovani come me che in giro per il mondo c’è molto bisogno di loro. E di possibilità ce ne sono infinite, dall’Africa al Sud America all’Europa dell’Est..! Basta aver la volontà e un po’ di coraggio. Non è una scelta facile lasciare per un anno o per qualche mese la propria casa e i propri amici, ma quando sei in viaggio il tempo vola e amici e familiari ti staranno vicini durante tutto il viaggio e al tuo ritorno saranno lì ad aspettarti. 
Io ho terminato gli studi e mi sono preso questo anno sabbatico. Non servono molti soldi, se si trova la struttura dove fare volontariato, poi non si spende quasi nulla. La spesa più impegnativa è il volo. Per il resto servono solo spalle forti e uno zaino dove mettere le proprie cose, meglio se poche, perché alla fine del viaggio dovrà essere pronto ad accogliere i tanti bellissimi ricordi che regala questa esperienza.

Matteo Casadio



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