L'Intervista

Laura Gobbi, ideatrice e curatrice del progetto culturale, insieme a Federica Zanetti 



“Trasform-azioni” quarta edizione del Festival Teatrale della Cittadinanza Democratica






Forgiare persone capaci di creare e condividere buone prassi, di unirsi per coltivare la cultura del bene e non disperdere i valori fondanti della nostra società. Questo è l’obiettivo di fondo del Festival teatrale della Cittadinanza Democratica, diretta filiazione della Summer School creata all’interno del Dipartimento della Formazione dell’Università di San Marino. 

Un progetto nato nel 2007 per consentire un incontro a tutto tondo tra il teatro e le persone, di ogni estraazione, età ed origine; cittadini e cittadine, che nel confronto con il teatro possono trovare nuovi e ulteriori stimoli per le proprie vite, per il lavoro e quel senso di partecipazione alla comunità sempre più spesso dimenticato in nome dell’interesse privato. 
Il progetto “Teatro e cittadinanza” è un vero e laboratorio che quest’anno, per la sua quarta edizione, in locandina dal 27 al 31 agosto prossimi, ha il sostegno delle Segreterie di Stato Cultura e Università, Affari Esteri, Turismo e della Fondazione Cassa di Risparmio. Filo conduttore  la Comunità e le sue trasformazioni. Il titolo è infatti “Trasform-azioni. Itinerari di soggettività e genere dentro comunità desideranti”. L’intento è vedere il teatro come un luogo in cui sperimentare trasformazioni della propria soggettività, a partire dal ritrovato contatto con un desiderio capace di promuovere un nuovo senso di comunità.

All’origine del progetto per un “Festival Teatrale della Cittadinanza Democratica” Laura Gobbi, del Dipartimento della Formazione dell’Università di San Marino, e Federica Zanetti della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bologna, che ne sono anche le attuali curatrici. Ed è con Laura Gobbi che affrontiamo alcuni approfondimenti. 

A cosa serve un cittadino che abbia voglia di impegnarsi attivamente?
“Serve a costruire una nuova identità che lega il singolo individuo alla comunità. Non possiamo fermarci all’abitare i luoghi, i territori, occorre lavorare sempre di più sullo sviluppo delle appartenenze, del sentirsi parte. Dobbiamo ormai considerarci parte di comunità planetarie; in questa direzione i cittadini che hanno voglia di impegnarsi attivamente contribuiscono a creare delle comunità vive, desideranti, in cui i cittadini e le cittadine si impegnano a progettare e a riprogettare un orizzonte di senso al proprio progetto di vita, connettendolo a quello più ampio della collettività.

Il Paese ha bisogno di cittadini attivi? 
“Il Paese, i nostri Paesi, hanno bisogno di cittadini in grado di esercitare poteri e responsabilità per la cura e lo sviluppo dei beni comuni. Questo significa riattivare o riscoprire nuove relazioni tra noi e i luoghi in cui viviamo, che non possono più essere fondate sulla dimensione del MONO, ma sul MULTI, sul PLURI... Dobbiamo parlare di cittadinanze, al plurale, e di saperi che sono quelli dell’intercultura,  dell’arte, dell’ambiente, del patrimonio storico, del teatro...”

Qual è il livello di sensibilizzazione della gente su questi temi?
“Le nostre società stanno vivendo la deriva verso un assembramento sempre più vasto ed omologato, in cui prevalgono gli “efficienti consumatori”, il pensiero unico e conformistico,  le azione che portano ad un immediato successo, ma di piccolo futuro. L’educazione alla cittadinanza deve dare spazio alla costruzione di nuovi immaginari che si oppongano criticamente e creativamente all’immaginario unico e unidimensionalizzante del mercato globale. La scuola è rimasta uno dei pochissimi luoghi (e forse ancora per poco) in cui è possibile sottrarsi all’immaginario del consumo ed esercitare invece la stimolazione e la produzione di un pensiero critico e creativo, dialogico e costruttivo. Dal momento in cui si nasce si è consegnati ad un assedio di messaggi di consumo le cui conseguenze si fanno ogni giorno più minacciose. La cultura è l’antidoto, ma bisogna fare attenzione perché esiste anche un’industria culturale che tenta di fagocitare ogni tentativo di resistenza al pensiero unico. Ci sono cittadini, uomini e donne, giovani e anziani, che hanno riscoperto la voglia e il bisogno di re-esistere a questo scenario. Per resistenza non s’intende solo resistere al “genocidio culturale”, di cui parlava Pasolini, restare saldi, fermi  o opporsi ad una minaccia esterna, quanto piuttosto tornare ad esistere, progettare una nuova esistenza, volgere uno sguardo sul futuro. Oggi nemmeno questo è più sufficiente. Occorre re-imparare oltre che a re-esistere anche a co-esistere, perché la qualità dell’esistenza di ognuno all’interno della unica comunità umana è legata alla qualità dell’esistenza di tutti gli altri. Occorre riconquistare il concetto di utopia nel senso di bel luogo e non solo di non luogo”. 

Oggi si parla di crisi di rappresentanza, come viene colmata questa lacuna?
“Le espressioni e le organizzazioni di cittadinanza attiva cercano, con modalità e strategie differenziate, di colmare questa lacuna. La crisi degli Stati, la crisi del welfare fanno emergere nuove ed autonome soggettività sociali attive nella sfera pubblica. In questo modo il cittadino, esercitando poteri e responsabilità, fronteggia problemi pubblici che lo investono direttamente. Diverse sono le cause che hanno portato ad aumentare la distanza dello Stato dai cittadini: l’incapacità di dare risposte a nuovi bisogni sociali e l’inefficacia delle istituzioni nel difendere i diritti dei cittadini, che sviluppano una sfiducia nella democrazia rappresentativa; i fenomeni migratori, i processi di globalizzazione e localizzazione che mettono in discussione la capacità dello stato di sviluppare nuove identità e di tenere insieme la società”.

Quando si parla di cittadinanza attiva, si pensa alla partecipazione politica?
“Sicuramente, parlare di cittadinanza attiva significa parlare anche di partecipazione politica, ma solo se intendiamo per politica il primario significato di “amministrazione delle cosa pubblica” e non del potere individuale”.

Democrazia economica e di sviluppo sostenibile, quanto può incidere la cittadinanza attiva al raggiungimento di questi obiettivi?
“Se vogliamo parlare di democrazia economica e dello sviluppo sostenibile non possiamo prescindere dalla consapevolezza che la vera scommessa oggi è il riconoscimento dell’alterità. Se non saremo in grado di decentrare il nostro sguardo per arrivare a comprendere all’interno del nostro orizzonte la presenza dell’altro, sia esso umano, animale, naturale o tecnologico, non potremo fare altro che ricreare realtà  in cui si escludono per principio il dialogo, la convivenza pacifica, il meticciamento. I principi della cittadinanza attiva si basano sul riconoscimento dei legami d’interdipendenza e di come la qualità della propria esistenza sia connessa con la qualità dell’esistenza “dell’altro”. Parlare di nuove cittadinanze e di nuove appartenenze significa dare legittimità alle differenze e porre le basi per la costruzione di una convivenza. Ma convivere non significa essere tutti d’accordo, piuttosto vuol dire sapere interagire nelle differenze. Le identità sono state, sono e lo saranno anche in futuro in continua evoluzione, mutamento, meticcia mento, frutto di scambi e di prestiti. Di conseguenza lo stesso significato di cittadinanza va rinegoziato arricchendolo di nuove dimensioni che inglobano elementi transnazionali, globali e planetari. Lo scenario planetario, la Terra come spazio condiviso e di grande interconnessione dell’insieme degli esseri viventi mutano anche la nostra idea di educazione. Ci proietta nella dimensione del futuro, del domani e della necessità di una presenza diversa degli uomini e delle donne in questa patria di destino comune. Obbliga quindi a proiettarci in una inedita dimensione di cittadinanza, la cittadinanza planetaria. Da questo punto di vista educare significa anche e soprattutto educare alla cittadinanza attiva, cioè a saper scegliere e a saper partecipare. Educare alla partecipazione accettando il principio della progettualità e dell’impegno per promuovere il cambiamento: educare i giovani ma anche gli adulti, uomini e donne, ad essere produttori di idee di futuro. 

La Summer School punta ogni anno sulla potenza evocativa del teatro, questo è funzionale anche alla didattica, cioè alla trasmissione di un messaggio educativo?
“Questo tema è profondamente correlato alla difficile costruzione di una nuova cultura, di un nuovo modo di partecipare alla vita sociale, di nuove modalità di relazione, di nuovi stili di vita e di consumo, invita ciascuno ad un cambiamento che è prima di tutto trasformazione del sé e che ha dunque bisogno dell’apporto vivo e della riflessione dell’intera società. E se è vero che questo teatro rappresenta una ricerca del sé, esso tratteggia anche un incontro con il mondo, con l’altro; soprattutto offre allo spettatore la possibilità di decentrare il proprio sguardo e di sentire empaticamente le emozioni, i sentimenti degli esclusi, di chi vive il confine e la marginalità. È un teatro in cui non vale la logica del terzo escluso, della disgiunzione, ma in cui viene agita la logica dell’inclusione. Il teatro quindi, come luogo di senso e di possibilità, è sembrato essere un buon punto di partenza per riflettere insieme su cosa significhi oggi fare educazione alla cittadinanza”.



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