“Sei mesi non mi bastano”, quando il Reggente chiese la proroga

Nuovo contributo per la rubrica "Pillole di storia sammarinese" da parte di Domenico Gasperoni.

di Domenico Gasperoni

 

Mi soffermo ancora sul prolungamento del mandato reggenziale. Alcuni lettori mi hanno chiesto di raccontare altri casi avvenuti nella storia, oltre a quello del 1920, di cui ho parlato nel precedente articolo. Ne ricordo uno veramente eclatante. Forse il più interessante della nostra storia istituzionale. Molto curioso.  Lo riporto alla memoria, anche se è datato.

 

Siamo a metà dell’Ottocento. Un periodo burrascoso e di grande pericolo per l’indipendenza di San Marino. Nel 1851 la Repubblica viene cinta d’assedio, accusata di dare asilo a (400) rifugiati politici, addirittura ricercati all’interno del territorio da pattuglie austriache e pontificie.  Si erano così create gravi difficoltà di ordine pubblico. In questo clima di enormi tensioni, il 14 luglio 1853 viene assassinato Giovanni Battista Bonelli, Segretario Generale della Repubblica.

 L’ 11 settembre sono eletti i nuovi Capitani Reggenti, Marco Tassini e Francesco Valli. Ma non sarà una elezione normale. Il reggente Tassini si sente oltremodo caricato della responsabilità di affrontare la gravissima situazione. Nella seduta successiva, “parla con grande franchezza al Consiglio”. Illustra gli enormi problemi della Repubblica, indicando i principali rimedi per trovare una soluzione.

 

Prima di accettare la magistratura, pone condizioni “indeclinabili”. Chiede garanzie e strumenti per poter raggiungere i suoi 5 obiettivi programmatici:

– una nuova radicale Riforma politica

– un Codice Criminale e Civile più rispondente a una più moderna civiltà giuridica,(adottando in via  provvisoria il miglior codice di uno dei Governi Italiani)

– la riorganizzazione del sistema economico finanziario, l’attivazione dell’Ufficio Ipotecario, unitamente a quello del Registro

– l’attivazione del Monte di Pietà, già decretata.  Il Consiglio è d’accordo su questo progetto di riforma.

Ma il Tassini ha una sesta condizione, che tira fuori all’ultimo minuto. Tutti i problemi esposti non potranno essere affrontati nel breve spazio di un semestre. Quindi pretende che siano “prorogati i poteri fino a tutto il tempo” necessario per attuare le riforme progettate.

La richiesta di proroga è contraria agli Statuti. E viene bocciata a maggioranza. Con un’apertura. Il Consiglio promette che tornerà sulla questione. Accorderà qualche deroga allo Statuto – come è successo qualche volta in passato-  solo se alla fine del semestre, il Tassini dimostrerà che gli è mancato il tempo per raggiungere gli obiettivi.

Va ricordato che Tassini aveva pensato anche al collega Valli, del quale il verbale non racconta nulla.  Se il collega non ci sta -dice Tassini-  perché ritenuto troppo gravoso l’incarico, il Consiglio mi potrà “rinnovare un compagno di sei mesi in sei mesi”.

 

Il 15 settembre si ritorna sulla questione. Tassini illustra appassionatamente le sue richieste, facendo appello al patriottismo dei consiglieri. Poi, in soldoni, chiede una magistratura di almeno due anni.  Dopo animate discussioni, è posta a votazione la deroga allo Statuto che fissa la durata del mandato. L’esito è: 19 SI e 14 NO. C’è una maggioranza, ma non è dei due terzi, necessaria per modifiche statutarie. La richiesta del Tassini è definitivamente respinta.  Nonostante gli appelli della Reggenza e di molti consiglieri, Tassini abbandona l’aula.

La storia continua. Scattano le sanzioni.

 

Qualcuno ricorda che c’è una legge che punisce il rifiuto dell’incarico reggenziale. Il Consiglio decide di applicarla. Gli viene comminata dal Congresso Economico una multa di 100 scudi (da devolversi al Monte di Pietà). Sembra che alla fine il Tassini abbia trovato un accordo per non pagarla. Alla sammarinese! Queste le condizioni: dovrà accettare tutti gli incarichi pubblici che gli verranno conferiti, compresa la Suprema Magistratura. Nell’anno successivo, il Tassini si ritrova “nominato” due volte alla candidatura di Reggente, ma non verrà più eletto.

 Come finisce la faccenda? L’incolpevole consigliere Valli assume la carica di reggente, affiancato dal Nobile Giambattista Braschi, eletto il 15 settembre.

Il reggente Braschi, esclusa la proroga del mandato, pone le stesse condizioni di Tassini, considerate indispensabili. Anzi chiede  qualcosa in più, fra cui la facoltà di contrarre un ulteriore prestito di 2000 scudi per l’approvvigionamento di granaglie e per aprire alcuni lavori pubblici stagionali e il Comando Superiore di tutte le milizie. Il Consiglio è d’accordo su tutta la linea.

 

Resta un interrogativo. La pretesa del Tassini è una mania personale di grandezza o un tentativo sia pur maldestro, di salvare la Repubblica, sacrificando anche le norme statutarie?