Speciale calcioscommesse: prima parte

Lo scandalo nel calcio sammarinese si allarga. La Commissione disciplinare della Fsgc: "Emersi comportamenti palesemente incompatibili con i principi di lealtà, correttezza e probità, ai quali l’Ordinamento sportivo non può abdicare, pena la sua irrimediabile caduta di credibilità e persino la sua sopravvivenza"

Lo scandalo legato alle scommesse nei tornei calcistici sammarinesi, esploso alla fine di marzo del 2017, si sta continuando ad ampliare.

 

La nota della Virtus

Pochi giorni fa il legale della società sportiva Virtus F.C. – Rossano Fabbri – ha, in una nota, annunciato che la Procura Federale della Fsgc sta indagando su altre 4 partite di Coppa e Campionato che potrebbero essere state oggetto di combine ai fini di scommesse illegali.

Pesanti le dichiarazioni dell’avvocato Fabbri: “La partita di Coppa Titano San Giovanni – Virtus A.C. 1964 del 15/03/2017, potrebbe costituire solo la classica cosiddetta “punta dell’iceberg” di un maremagnum molto più articolato, diffuso e radicato nel tempo”. Sta emergendo un quadro “tanto inquietante quanto pericoloso specialmente per i valori dello sport”,  e “tanto ancora emergerà non appena saranno resi noti gli esiti del lavoro dei Magistrati Inquirenti nel parallelo Procedimento Penale dinnanzi al Tribunale Sammarinese, ma tant’altro dovrà ancora emergere”.

 

 

Il processo sportivo

Le dichiarazioni dell’avvocato Fabbri si basano sulla imponente mole di documenti che la Procura Federale della Fsgc ha messo insieme nel Procedimento disciplinare sportivo n. 1/2017, quello che vede al centro il tentativo di combine – da parte di diverse persone tra cui alcuni giocatori – della partita di Coppa Titano del 15 marzo 2017 tra San Giovanni e Virtus con lo scopo di piazzare delle scommesse e ottenere un guadagno illecito. 

Un procedimento che ha visto la Procura, ovvero la accusa, depositare le richieste di deferimento il 3 luglio scorso e successivamente la Commissione disciplinare emettere la propria sentenza l’11 gennaio scorso. Sentenza che ha portato al deferimento di 24 tesserati, su un totale di 27 coinvolti nelle indagini, e sei società per responsabilità oggettiva. 

Le parti interessate possono anche presentare ricorso alla Commissione d’Appello Federale.

 

 

Il procedimento penale

Poi c’è la giustizia ordinaria, che sta ancora indagando sul caso per frode sportiva. Gli indagati, tra calciatori e non, sarebbero più di una decina. Il pool di magistrati, Simon Luca Morsiani e Alberto Buriani, sono al lavoro da fine marzo 2017 quando dall’Italia, Procura di Reggio Calabria prima e Procura di Forlì poi, arrivarono le segnalazioni circa puntate anomale sulla vittoria dello sfavorito San Giovanni nell’ormai famosa partita di Coppa Titano. 

La sera del 6 aprile la Polizia civile arrivò in massa a Montecchio, dove la Virtus si sarebbe dovuta allenare, per ascoltare i protagonisti e sequestrare i telefonini. Dall’auto del secondo portiere della Virtus, Massimiliano La Monaca, spuntò fuori un notevole quantitativo di marjuana e per lui scattarono le manette.

A finire ai Cappuccini dal 20 maggio a fine giugno è stato anche un altro ex giocatore della Virtus, Armando Aruci, questa volta esclusivamente per le scommesse.

 

 

 

La sentenza della Commissione disciplinare

Ma torniamo alla giustizia sportiva. Nelle motivazioni alla sentenza, emesse nei giorni scorsi, la Commissione disciplinare – composta dall’avvocato Alberto Albertini, da Renzo Guidi e da Marino Casadei – ricostruisce tutta la vicenda legata alla tentata combine di quel San Giovanni Virtus e, attraverso le testimonianze dei protagonisti, delinea un quadro piuttosto allarmante circa la diffusione delle scommesse tra i calciatori del campionato sammarinese.

 

Già nell’introduzione del corposo documento  – che Sorpresa! Daily News continuerà a sviscerare nei prossimi giorni – la Commissione riepiloga come “dalle complesse indagini svolte dalla Procura Federale sono emersi comportamenti palesemente incompatibili con i principi di lealtà, correttezza e probità, ai quali l’Ordinamento sportivo non può abdicare, pena la sua irrimediabile caduta di credibilità e persino la sua sopravvivenza”.

“Si tratta in particolare – aggiunge – di comportamenti di intrinseca gravità che svuotano di significato l’essenza stessa della competizione sportiva, al di là di ogni valutazione in ordine all’intensità dell’elemento psicologico dei singoli deferiti, alla condotta preesistente, simultanea e successiva degli illeciti disciplinari ed alle motivazioni che li hanno ispirati”.

 

 

Le prove

La Commissione chiarisce quindi che le prove su cui la Procura Federale ha basato le proprie richieste di “condanna” sono “essenzialmente le dichiarazioni rilasciate dai soggetti coinvolti”. Questo non deve sorprendere. La giustizia sportiva, che deve avere tempi piuttosto celeri, ha regole proprie.

A riguardo alcune difese degli accusati hanno sollevato eccezioni ed hanno proposto istanze poi rigettate dalla Commissione. I legali – scrivono i giudicanti – “pretenderebbero infatti di applicare al Procedimento sportivo, norme e principi propri dell’ordinamento penale. Nel processo penale, fondato sul sistema accusatorio, la prova si forma nel dibattimento. Al contrario nel procedimento sportivo, ha valore pieno di prova, quanto acquisito nella fase delle indagini o, prima ancora, dell’apertura di esse. Non può essere reclamata, pertanto, l’applicazione al presente procedimento delle norme previste dal codice di procedura penale. Il principio del contraddittorio si realizza nel rispetto delle forme previste dal Regolamento disciplina e non in base al Codice di procedura penale, che regola posizioni e diritti di tutt’altra natura e rilevanza. Anche lo standard probatorio richiesto per pervenire alla dichiarazione di responsabilità a carico dell’incolpato è diverso da quello richiesto dal diritto penale ed è sufficiente un grado di certezza inferiore ottenuto sulla base di indizi gravi precisi e concordanti”.

 

La Commissione sottolinea poi che “le dichiarazioni, rese da alcuni tesserati alla Procura Federale, abbiano natura autoaccusatoria, prima ancora che di chiamata in correità di altri soggetti, e, pertanto, debbano essere caratterizzate – pur con le necessarie distinzioni – da profili di credibilità e di attendibilità”. Quindi sono stati gli stessi giocatori ad ammettere le proprie colpe coinvolgendo anche altri tesserati.

 

Un “atteggiamento collaborativo” di cui la Commissione spiega di aver tenuto conto applicando “sanzioni anche al di sotto di quello che il legislatore federale ha stabilito quale minimo edittale”, laddove ha riscontrato la sussistenza dei presupposti di cui all’art. 32 del Regolamento Disciplina (Collaborazione degli incolpati) che espressamente stabilisce “In caso di ammissione di responsabilità e di collaborazione fattiva da parte dei soggetti sottoposti a procedimento disciplinare per la scoperta o l’accertamento di violazioni regolamentari, gli organi giudicanti possono ridurre le sanzioni previste dalla normativa federale. In tale caso, la riduzione può essere estesa anche alle società che rispondono a titolo di responsabilità diretta od oggettiva.”.

 

Continua…